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 Sitting volley a Sesto San Giovanni: intervista al coach Massimo Beretta

|  20/07/2022

-  Laura Alfieri

Sitting volley a Sesto San Giovanni: intervista al coach Massimo Beretta

Massimo Beretta e Flavio D'Annunzio

Massimo Beretta racconta la sua esperienza con il sitting volley

Le prime caratteristiche che colpiscono di lui sono la sua serenità e la sua gentilezza.
Massimo Beretta è uno dei due tecnici della Nazionale maschile di sitting volley, di cui abbiamo parlato nell’articolo “Sitting volley: sport 100% inclusivo”.
Durante la cerimonia di investitura di Sesto San Giovanni a “Città europea dello Sport 2022”, tenutasi lo scorso febbraio, ha ricevuto, da parte delle autorità cittadine, l’attestato di merito sportivo per la sua collaborazione con Ad Astra Volley. Abbiamo approfittato dell’occasione, e della sua disponibilità, per farci raccontare un po’ la sua storia e la sua esperienza.

 

  • Com’è nata la tua passione per la pallavolo?

Oltre ad aver giocato a calcio da piccolino, come tutti, invitato da un amico ho partecipato a un allenamento di pallavolo e da lì è nata la passione. Quindi è da quando avevo dieci anni che frequento il mondo della pallavolo, prima come giocatore, poi come allenatore e dirigente, e ora come allenatore della Nazionale di sitting volley.

 

  • Allenare le squadre di atleti disabili non è proprio alla portata di tutti. Questa vocazione è stata una cosa casuale o una scelta di vita precisa?

La scoperta del sitting volley è stata casuale. Io, pur essendo nella pallavolo come allenatore da tanti anni, non ne conoscevo l’esistenza fino al 2012, quando, con la Paralimpiadi di Londra, gli è stata data un po’ di visibilità. Nel 2013 la Federazione Pallavolo ha promosso questo sport anche in Italia, e lì mi si è accesa una lampadina: un po’ per curiosità, un po’ per formazione professionale, e per interesse mi sono iscritto al primo corso, e da lì poi pian piano è nata la vera passione. Sono entrato in questo mondo, ho cominciato a conoscere persone, a iniziare l’attività, con molta fatica, e la passione è cresciuta sempre di più. A questo punto ho deciso di continuare la formazione personale, sono andato anche all’estero a seguire dei corsi, e ho avuto il piacere e il privilegio di entrare nel primo staff della Nazionale. Da allora me ne occupo in tutto il tempo libero dal lavoro, quindi è un impegno molto importante, ma la passione è nata durante, è cresciuta dopo.

 

  • Quanto è importante il percorso di “inclusività” nella pallavolo per i tuoi atleti?

È ovviamente molto importante. La pallavolo, soprattutto nella variante del sitting volley, predispone a questa inclusività, perché è semplicissima da praticare: chi non può giocare in piedi, ma da seduto sì, può farlo. Anzi, è uno sport inclusivo al contrario, perché anche i normodotati possono giocare in questo modo, insieme agli altri.

 

  • Come ti ha arricchito questa esperienza?

Inutile dire che mi ha arricchito e mi arricchisce tantissimo. Io ho sempre avuto un approccio molto diretto con la disabilità, perché ci ho avuto a che fare nella mia vita per diversi motivi, ma non è stato questa la ragione che mi ha avvicinato al sitting volley. Ho conosciuto persone, storie, che spesso nella quotidianità non abbiamo la possibilità di incontrare, e per me è stata una fortuna, perché mi ha permesso di vedere anche il mio stesso approccio alla vita e quello della mia famiglia in modo diverso. Noi non abbiamo ancora imparato tutti a renderla quotidiana questa differenza di cui siamo costruiti. Poi, come in tutte le cose, se fatte con un certo criterio, il tempo lo porta via anche ai miei familiari, con quanto ne consegue. Finora devo solo ringraziare la mia famiglia, che mi ha sempre supportato e aiutato, quindi l’impegno è davvero molto, ma senza il suo sostegno tutto questo non sarebbe possibile.

 

  • Ci sono talvolta dei momenti di sconforto, magari perché non si è capiti dagli altri?

Un po’ c’è il rammarico che si fa fatica a farla capire, questa esperienza, e la si capisce quando uno la prova, la vede, e non soltanto spiegandola. Mi sono però accorto che è comprensibile. Le difficoltà maggiori sono invece proprio dirette, con le persone che fanno questa attività, perché, oltre ad avere delle problematiche sportive, e tutte le dinamiche che si hanno in qualunque squadra e in qualunque sport, vanno considerate altre questioni, dovute spesso alla disabilità, ma anche alle conseguenze, come la mancanza di lavoro, problematiche psicologiche importanti, e soprattutto, in alcuni casi, l’avanzamento di uno stato di malattia. Per un atleta con disabilità, soprattutto fisica, bisogna adattare continuamente lo sport in base alle situazioni, alle dinamiche dei soggetti, come atleti e come persone.

 

  • Quali consigli daresti a un atleta per entrare nel mondo della pallavolo, indipendentemente dal fatto che sia o meno normodotato?

Consiglierei di fare come ho fatto io: provare a fare un allenamento, di pallavolo o di sitting volley, dopodiché non è detto che uno sia predisposto o gli piaccia, ma finché non prova non può saperlo. Vale soprattutto per sport molto conosciuti ma non tanto attraenti, soprattutto nel settore maschile, come la pallavolo.

 

  • Il progetto di aprire delle sessioni di sitting volley formative a Sesto, in quella che oggi è la Città Europea dello Sport 2022, può riservare delle interessanti sorprese?

Una città come Sesto San Giovanni può diventare un punto di riferimento davvero importante, come bacino di utenza, come potenzialità, come posizione, come struttura della città in sé e soprattutto anche per il grande risultato fin qui ottenuto. Ci sono molte idee e penso che Sesto abbia un potenziale enorme. La città europea dello sport in questo senso può essere un incentivo e un trampolino di lancio importante.

 

> Guarda la video intervista a Massimo Beretta

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Laura Alfieri

Giornalista | Ufficio stampa associazione sportiva

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